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IL
NOME:
Da
quanto è dato sapere, VIDIGULFO prende il suo nome da LODULFO, il colono o
signore Longobardo al quale fu affidato il territorio con l'impegno di
dissodarlo e disboscarlo. Costruitosi la sua dimora e le case ( è forse meglio
dire le capanne) dei suoi collaboratori e dipendenti, ne fece un villaggio, il
"vicus", che da lui prese il nome "VICUS LODULFI", il
villaggio di Lodulfo.
Infatti Vidigulfo è l'antico VICUS LODULFI menzionato in diversi atti dei
secoli VIII e IX e VIGODULFI o VIDEGULFI dei diplomi di Ottone IV (1175-1218),
eletto Re dei Romani e di Germania nel 1208.
L'appellativo di "vicus" (villaggio) si è ridotto al solo VI seguito
dal nome gentilizio LODULFO. Per metatesi, attraverso VIGODULFI, VIDEGULFI e
VIGHIDULFO è derivata l'attuale denominazione del paese VIDIGULFO. (Olivieri -
Diz. top. Lomb.)
Le prime memorie risalgono alla metà del secolo VIII, in un breve anteriore al
769, in cui appare come testimone un certo Tomaso, sculdascio ( cioè giudice di
prima istanza o rettore ) "de VICO LUDULFI" (Fumagalli: Codice
diplomatico Santambrosiano p.39 e Codex Diplomaticus Longobardiae n°74).
( In tre paginette dattiloscritte "Notizie Storiche" del Comune di
Vidigulfo, stilate per la domanda di concessione di uno stemma, concesso poi con
decreto reale recante la firma di Vittorio Emanuele III in data 6 Maggio 1940,
il nome dell'antico signore longobardo è citato come "Ludolfo" e non
"Lodulfo".)
Una piacevole curiosità sul nome del paese, la si desume da: " Il
linguaggio d'Italia - Storie e strutture linguistiche italiane dalla preistoria
ai giorni nostri" di Giacomo Devoto (Rizzoli Editore, Milano 1974) in cui
si dice a pagina 207 che il nome locale di Vidigulfo è di origine germanica e
precisamente ostrogota (Regno degli Ostrogoti dal 493 al 553) e da farsi
risalire ad un importante personaggio dell'epoca.
Dice infatti il Devoto: .....Nomi
personali importanti si nascondono dietro nomi locali: Rovigo riconduce a un
gotico Hrotheigs "vittorioso", VIDIGULFO (Pavia) a un WIDWULF,
Roasenda (Vercelli) a Hrodasindis.....
Vidigulfo quindi non prenderebbe il nome da un signore longobardo ma da un
capo ostrogoto.
Altra curiosità ci viene da un articolo apparso sul giornale "Il
Ticino" nel Dicembre 1930, a firma di Terzo Cerri ( vi proporrò l'
articolo originale ) in cui si dice che nel secolo XIV Vidigulfo ebbe anche
una seconda denominazione, quella di CASTELBORGO (Marini).
QUALCHE CENNO STORICO
Non
è certo cosa semplice stilare una storia completa di Vidigulfo e del suo
territorio, per il semplice fatto che, piccolo centro rurale, non ha una sua
propria storia, ma segue le vicende, or tristi or liete, dei suoi signori e
padroni i quali cambiano continuamente a seconda che il territorio passa da un
dominatore all'altro.
Vidigulfo è un territorio di mai finite contese che vede scaricare su di sé la
rivalità, le pretese e gli odi dei vari contendenti, situato come è sempre
stato e come è tuttora sul confine tra il territorio Pavese ed il
Milanese,diventato per secoli terra di nessuno, su cui però tutti si dilaniano
e si combattono furiosamente.
Per il fatto di venirsi a trovare sulla strada romana che da Pavia porta a
Milano; per la possibilità di collegamento diretto , e quindi strategicamente
molto importante, con il territorio Lodigiano; per essere al limite di un
confine politico, vede passare su di se, per secoli, condottieri di ogni
esercito e di ogni nazione.
Il primo triste fatto di guerra si ha, sul nostro territorio, per lo scontro
avvenuto fra l'esercito di Flavio Longino, primo esarca d'Italia eletto
dall'imperatore romano d'oriente Giustino II, e Perideo,condottiero dei milanesi
nell'anno 568.
Fu uno scontro sanguinosissimo che lasciò sul campo di battaglia numerosissimi
morti, campo che da allora fu detto "Campo dei Morti" ( vedi
Campomorto ).
Flavio Longino per contrastare l'avanzata dei Longobardi che, sotto la guida di
Alboino, provenienti dal Friuli, hanno già occupato il Veneto e gran
parte della Lombardia, esce da Pavia e si dirige verso Milano.
Qui avviene il drammatico scontro che consente ai Longobardi di giungere alle
porte di Pavia....e stringerla d'assedio, il quale durerà tre anni, fino alla
caduta della città.
Dopo questi fatti un lungo periodo di pace e di tranquillità torna a regnare su
tutto il territorio, i padroni si danno da fare per assestare i loro
possedimenti e consolidare la loro influenza sul territorio, l'assimilazione
della civiltà romana da parte dei Longobardi, anche se lenta, è continua e la
popolazione ne trae un benefico effetto; il "Vicus Lodulfi" acquista,
man mano, sempre più importanza e prestigio.
Infatti, negli atti già menzionati prima, dei secoli VIII e IV, in cui
Vidigulfo viene nominato per la prima volta, in diversi altri stessi secoli,
dopo l'indicazione del nome, segue la qualifica di " Corte Reale",
ossia aggregato (villaggio" di dominio regio; da qui il privilegio di
residenza dello "sculdascio"(giudice).
In seguito alla signoria di Lodulfo e dei suoi successori seguì quella di
Bernardo di Rovescala, conte territoriale di Pavia, di nobile e potentissima
famiglia diramata dai Conti Palatini di Lomello, il quale ebbe questo dominio (
ex partis uxoris suae )per dote e regalo fatto a sua moglie Rodlenda, figlia di
Re Ugo. Accusato il conte Bernardo di tradimento per aver favorito la ribellione
di Arduino, marchese di Ivrea, contro l'Imperatore, ma poi riabilitato per aver
potuto , nel 976, dimostrare ad Ottone II la propria innocenza, in
ringraziamento della superata triste vicenda, fece dono alla chiesa della SS.
Trinità di Pavia, fondata da lui nel 956, di una parte dei beni che gli erano
stati confiscati, tra i quali la metà del paese di Vidigulfo.
Dopo di lui, i Conti Rovescala, continuando a tenere il patronato della chiesa
della SS. Trinità, non cessarono d'intervenire nell'interesse della medesima,
come patroni, in atti di vendita, permuta e compera.
In una permuta stipulata nel 1113 in "Loco VIDEGULFI", figura, quale
sottoscrittore, un Ubaldo di Rovescala, nipote del conte Bernardo, col titolo di
"comes et advocatus", cioè patrono. ( Archivio di Stato
L.1906). Il 9 aprile 1231 i conti Balbo e Guglielmo di Rovescala ricevettero
alcuni beni in Vidigulfo, presso la Chiesa di San Biagio ( prope Ecclesia
S.Blaxi ) che già in passato erano stati in feudo ad altri dai conti della
stessa famiglia ( Bollea doc.i 291 ).
Per l'altra metà di Vidigulfo nella Successione della Signoria, figura, prima,
Umberto ( qui dicitur Genserani) pavese, poi, per acquisto, un Oprando, prete di
Torriago ( Turago ); in seguito, nel 1122, per nuovo acquisto, un Alberto de
Landriano, chierico, e Gio.Mantegatio (Giovanni Mantegazza), nobili milanesi. A
questi beni acquistati da Mantegazza e Landriani erano unite due cappelle
edificate in onore di S.Biagio e S.Starico (S.Arrigo), metà del castello, la
corte, i diritti feudali di Vidigulfo ed altri beni in quel di Mandrino ( Bascapé
1926 ).
(Per inciso va detto che l'antichissima chiesa di S.Biagio esiste ancora,
incorporata nel caseggiato che ospita gli ambulatori sanitari e l'appartamento
del messo al pian terreno e gli uffici comunali al piano superiore. Infatti nel
mese di gennaio del 1875 veniva dato l'incarico all' Ing. Giovanni Vigorelli di
stendere un "progetto di riforma e riduzione del caseggiato detto di
S.Biagio ( già Chiesa ), situato in Vidigulfo ad uso scuola ed ufficio
comunale").
Vidigulfo faceva parte di quelle terre che si estendevano al confine del
territorio pavese, eternamente contese da Milano e da Pavia, dette "Terre
comuni" ed anche "Terre perse"; era fornito di tutte le risorse
di vita e difesa ed era fortificato con un castello con torre, menzionato nella
prima volta nel 1122 ma esistente per molto tempo prima, come risulta dai resti
della parte più antica, risalente al X secolo, incorporati in una costruzione
trecentesca.
Come posto avanzato e di confine, fu coinvolto in aspre e dolorose battaglie,
specialmente nei secoli XI, XII e XIII durante le sanguinose ostilità che
tennero divise fra loro Milano e Pavia; ostilità determinate dall'invadenza di
Milano che stava diventando sempre più forte e potente e dall'orgoglio di Pavia
che non si rassegnava a perdere quel primato e quell' importanza che le era
derivata dalla sua posizione strategica e dall'essere stata per alcuni secoli la
capitale del Regno Longobardo ed Italico.
Occasione di contrasto fu il dominio della striscia di terreno confinario che da
Rosate si estende fino a Valera: discordie e rivalità che lasciarono agli
abitanti della zona l' appellativo di " abitanti dei luoghi della
discordia" ( loca discordiae ).Tra questi luoghi, naturalmente, per la sua
posizione strategica, Vidigulfo.
In questo contesto, Pavia e Milano non perdono occasione per rendersi
reciprocamente gravi dispetti, distruggendo, rapinando e incendiando.
Nel 1059 i Pavesi, esigui di forze, assoldano varie truppe straniere e penetrano
in territorio milanese; i Milanesi si alleano con i Lodigiani e inviano contro i
Pavesi una parte del loro forte esercito e per tre anni si logorano a vicenda in
guerriglie, rappresaglie, e danneggiamenti. Alla fine, stanchi ed esausti di
questo assurdo e continuo stillicidio, nei giorni 23 e 24 del mese di giugno
dell'anno 1061, i due eserciti si scontrano con grande impeto e rabbiosa
ferocia. Ne segue una lotta aspra e sanguinosa ed una strage di fanti e
cavalieri impressionante. L'immane scontro avviene come al solito sul territorio
di Vidigulfo, a nord-ovest del paese a cavallo della strage che conduce a
Milano. Il campo di battaglia è ancora quello del passato scontro del 568, tra
gli eserciti di Flavio Longino e Perideo e riconferma il vecchio lugubre
appellativo di "Campo dei Morti".
Un increscioso episodio, quello che ebbe più rinomanza e dietro al quale fiorì
la fantasia popolare, è quello che vede nella lotta, schierati l'uno contro
l'altro, Boschino Mantegazza, comandante delle truppe milanesi, ed il proprio
figlio, capitano di quelle pavesi; entrambi, dice la cronaca, valorosi e fieri
combattenti.
Trovatisi di fronte, non riconoscono più i vincoli di sangue che li legano,
ma si combattono come acerrimi nemici. Nel corpo a corpo Boschino uccide di sue
mani il figlio. La battaglia si estingue la sera del 24 in un inutile bagno di
sangue, senza che nessuna delle due parti risulti vincitrice.
Boschino Mantegazza, per espiare la colpa dell'uccisione del figlio, per
perpetuare a monito dei posteri il ricordo del terribile avvenimento, fa erigere
sul campo di battaglia una chiesa con ospizio per pellegrini e viandanti. La
chiesa che ancor oggi possiamo ammirare fu detta e lo è tuttora "Chiesa di
S.Maria in Campomorto" ed il nome di Campomorto rimase al piccolo
agglomerato di case, ora frazione del comune di Siziano, che sul campo di
battaglia ed intorno alla chiesa vi sorse.
Pietro Carpanelli nel suo "COMPENDIO STORICO DELLE COSE PAVESI" così
descrive la battaglia del 1061:
".......e quel che essi erano apparve manifestamente nel 1059, allorchè
s'accese guerra fra noi (cioè Pavesi) e i Milanesi. Milano e Pavia erano le
città del regno più cospicue, popolose entrambe assai e ricche e possenti, ma
la prima veramente superava la seconda e questa per esser la sede del re alto
s'elevava in orgoglio: pare quindi fra loro, che l'una vergognava all'altra
cedere, e insulti e guasti, e uccisioni vicendevoli.
In tal disposizione d'animi non mancarono cagioni a muover l'armi...........
I nostri, perchè men numerosi degli avversari, arruolarono forestieri, si
procacciaronoalleati, e invase le terre confinanti, le scorrevan ostilmente, le
devastarono. Ma fu nell'anno 1061 che uscirono i due eserciti a giornata, e
battaglia avvenne si sanguinosa, e feroce, che il luogo ancor ne serba lugubre
la memoria, e Campo Morto s'appella. Lungi è dalla città non oltre a dieci
miglia sul confine dei due territori; ivi si posero le schiere al fronte, e dato
il segno vennero alle mani. Lo scontro fu impetuoso e terribile, ma minori di
forze noi ci ritiravamo quando sopraggiungendo il il soccorso degli alleati
rinnovellammo la pugna. Fu immensa strage, cadder nobili assai: a niuno toccò
la vittoria, a entrambi deplorabile il danno" ( Giulini T. IV
an.1061 ).
Purtroppo le rivalità fra Milano e Pavia continueranno per altri due secoli
ancora, fino alla calata di Federico I Barbarossa in Italia nel 1154 e a subirne
le spese è sempre il nostro territorio.Infatti, nella partenza di Federico I
per essere incoronato Imperatore di Roma, tutta la zona diventa teatro di guerra
e scontri violenti si susseguono continuamente.
Dopo l'incoronazione l'Imperatore rivalica le Alpi, e torna in Germania,
ma ridiscende in Italia nel 1158 deciso a farla finita con Milano che cinge
d'assedio e la costringe alla capitolazione in breve tempo.
Nell'aprile 1159 l'Imperatore schiera tra Landriano, Vidigulfo e Siziano, fino a
Gratosoglio, un forte esercito, tenendo il suo quartier generale a Cavagnera,
dove si trova col duca Bertoldo di Zaringhen.
I Pavesi, rimbaldanziti per la batosta toccata ai Milanesi, si spingono fino
alle porte di Milano, ma i milanesi, nient'affatto disposti a subire altre
angherie dei Pavesi, li attaccano e riescono a ricacciarli fino a Pontelungo.
Interviene quindi l'Imperatore con il suo esercito, sorprende i milanesi sulla
via del ritorno, ingaggia con essi battaglia ed infligge loro una clamorosa
disfatta.
Dopo questi fatti ritorna finalmente la pace e la tranquillità sul territorio e
gli abitanti provvedono col loro lavoro alla riparazione dei danni subiti.
Altre ostilità, ma non più tra Milanesi e Pavesi, ma tra le città della Lega
Lombarda e le città fedeli all'Imperatore, sfiorano soltanto il paese e quelli
vicini.
Nel 1217 Vidigulfo è testimonio della pace, anche se di breve durata, fatta
giurare dal Vescovo S.Fulco, tra i Consoli pavesi e piacentini e della concordia
tra Pavia da una parte e Milano, Tortona, Alessandria dall'altra. (Robolini)
Frà rivalità, contese e guerre, Vidigulfo fu tra le terre che l' Imperatore
Ottone IV, con il già accennato diploma del 1201, inteso a segnare i confini
del territorio ticinese, riconobbe e confermò alla giurisdizione di Pavia.
Nel 1254 il paese continuava ad essere suddiviso per una metà alla chiesa della
SS.Trinità, per una quarta parte alla chiesa di S.Maria di Campomorto, per
l'altra quarta parte alla famiglia milanese dei Landriani (Giulini). Il 14
aprile 1254 tutti questi comproprietari al fine di provvedere meglio alla
sicurezza della proprietà, promulgarono un proprio statuto, conosciuto appunto
come "STATUTO DI VIDIGULFO".
Il Leight, professore dell'Università di Roma, nel volume "STORIA DEL
DIRITTO ITALIANO", il Diritto Pubblico - Comiuni Rurali - a pag267 dice:
" E' ben difficile sceglier esempi istruttivi nel gran numero dei documenti
relativi alla costituzione dei comuni rurali. Uno di questi esempi ci vien dato
dalla terra di Vidigulfo presso Milano, pubblicato da Giulini nella storia di
questa città.
La giurisdizione feudale del villaggio spettava, com'era frequente in quei
tempi,per metà alla chiesa della SS. TRinità di Pavia, per un quarto ad altra
chiesa e per l'altro all'illustre famiglia dei Landriani".
Secondo tale documento, appartenente all'anno 1254, gli abitanti, ossia i
"vicini" di Vidigulfo, eleggevano "Consoli" che presiedevano
il comune, i "ferrari" che presiedevano l'organizzazione sei
fabbri, numerosi in quel paese, i "campari" che vigilavano i campi, i
"porcari" che dovevano vigilare l'allevamento dei suini.
Nel documento erano stabilite certe prestazioni dovute dagli abitanti ai
giurisdienti, consistenti in attrezzi in ferro e maiali. I signori avevano il
diritto di fare gli statuti ed essi, difatti, chiudono il documento con
prescrizioni di carattere penale, amministrativo e giudiziario."
Mario Merlo, in "CASTELLI, ROCCHE, CASE_FORTI, TORRI DELLA PROVINCIA DI
PAVIA" a tal proposito dice:
" Nel ricordare questo castello (di Vidigulfo) è bene tenere presente
che la terra di Vidigulfo .... fu governata in antico secondo uno
"statuto" che è tuttora oggetto di studio per la saggezza dei suoi
disposti. Essi concernevano norme norme fondamentali di diritto civile, penale e
procedurale; vi erano tra l'altro contemplate disposizioni sulla tutela dei beni
mobili e immobili, pene e divieti per i contravventori dei diritti altrui, fino
ai delitti contro la proprietà terriera, l'asportazione fraudolenta dei
prodotti della terra, il danneggiamento dei campi, dei seminati e dei boschi. Si
tratta di affermazioni che hanno tuttora, per altri versi, efficacia legislativa".
Documento importantissimo per la regolamentazione dei rapporti per gli abitanti
di questi luoghi, dei diritti e dei doveri che rcompetono a ciascun abitante, a
seconda della propria attività, della propria mansione e della propria
responsabilità.
Da questo documento si desume, anche, come alcune parentele familiari, ancora
molto comuni ai nostri giorni come Ferrari, Campari, Vicini, derivino
dall'attribuzione di specifiche mansioni o determinati compiti, nominati in
questo Statuto.
Nel 1261 la Canonica della SS.Trinità allargò il suo dominio sul territorio di
Vidigulfo, acquistando dai Canonici di S.Maria in Campomorto , la già
menzionata quarta parte del territorio.
Infuriavano in questo periodo aspre contese tra tra le nobili famiglie milanesi
dei Visconti e dei Torriani per la conquista del primato della città ed è
stato nel 1290 che Matteo Visconti, con un grosso esercito di milanesi, mosse
alla volta di Vidigulfo per combattere il Marchese di Monferrato, alleato dei
Torriani, ma catturato dagli Alessandrini finì in modo miserevole i suoi
giorni, rinchiuso in una gabbia di ferro (Litta).
Nel 1332 soli Feudatari di Vidigulfo erano i Landriani ed i Mantegazza, ma con
diploma del 3 agosto 1329 l' Imperatore Ludovico il Bavaro investì del feudo e
di tutti i diritti , castello compreso, il nobile Giacomo Landriani, già paggio
dello stesso Imperatore e a lui molto caro (Robolini Vol IV parte 1
pag.279 ).
Alla morte di Giacomo Landriani, nel 1342, il feudo fu diviso fra i rami della
sua famiglia, ma fu nuovamente, più tardi, riunito nel nobile Francesco
Landriani, restando poi sempre ai suoi discendenti fino all'estinzione dei feudi
in lombardia nell'anno 1786.
Diversamente da altri paesi vicini quali Landriano, Bascapè, ed altri,
appartenenti, come dice l'Alzario, all'antico contado milanese detto "Bazana",
doninio di Barnabò Visconti nel 1385, Vidigulfo fece parte del territorio
denominato "Bulgaria", retta dal 1366 da Galeazzo Visconti (Arch. di
Stato Lombardo 1904. I pag.277). Fece pure parte delle circoscrizioni
territoriali nelle quali era diviso il Ducato di Milano nel 1395.
Ma il "luogo della discordia" non doveva assaporare pace per lunghi
periodi, perchè vicende di guerre si rinnovavano continuamente sul suo
territorio, così, il 15 maggio 1407, il Duca Filippo Maria VIsconti in lotta
con i ribelli Beccaria, assalì col suo esercito il castello e impadronitosene
vi tenne prigioniero Pasino degli Eustacchi, capitano del naviglio pavese,
sostituendolo con Antonio Grassi e Obertino Villani.
Nel 1449 vi si accamparono le truppe del Conte Francesco Sforza e nell'aprile
1522 vi si ritirò il maresciallo francese Lautrec, dopo il tentativo, fallito,
di prendere Pavia.
Nel gennaio 1525, varcato il Lambro e diretto verso Pavia, vi ci stazionò
l'esercito della Lega proveniente da Melegnano.
Sono scarne, poi, le notizie storiche su Vidigulfo, dopo questi tormentati
secoli. In questo periodo di tempo, sino a tutto il 1600, le condizioni del
paese e di tutto il suo territorio, già infelici prima per le continue rivalità
e guerre combattute, divennero più infelici e insopportabili per le
innumerevoli estorsioni e per gli alloggiamenti delle truppe spagnole che qui vi
tennero il loro il loro quartier generale dopo la Battaglia di Pavia del
febbraio 1525 nella quale cadde prigioniero il re Francesco I di Francia.
Miseria, fame, estorsioni, decadenza economica, diffondersi dell'anarchia e
della criminalità, erano le tristi caratteristiche che contrassegnavano la vita
nel paese in tutta la zona in questo periodo.
Per breve tempo Vidigulfo fu anche "grangia Certosina", risulta
infatti che nel 1644 quale grangia , era tassato per 141 staie di sale, esentate
dai certosini per 3 staie. (Coll.e Belcredi).
Da qui,stando alle poche notizie di cui si è a conoscenza, si arriva al 1751,
quando con un trattato dello stesso anno, Vidigulfo , insieme al distretto di
Binasco al quale apparteneva, venne aggregato definitivamente al territorio
pavese.
Nel 1844 gli venne fuso il comune di Pontelungo e nel 1876 gli furono aggregati
i comuni soppressi di Cavagnera, Mandrino e Vairano.
Una curiosa notizia di cronaca, più che di storia, si riferisce all'anno
1793, quando uno sconvolgente personaggio, famoso malfattore, Michele Calvo,
detto "Decastro" oriundo dell'isola di Majorca, capitò a Vidigulfo
dopo varie peregrinazioni in America ed in svariati altri posti. Qui, per nostra
disgrazia, depredò la chiesa parrocchiale di tutti i suoi parametri sacri (
definiti in un rapporto di visita pastorale come bellissimi, preziosissimi e
bellissimi) di tutte le sue reliquie e suppellettili.
Michele Calvo, che finì giustiziato con la forca, a Pavia, in una vecchia torre
denominata "Torre del Vescovo", semiabbattuta il 5 luglio 1869,che
fungeva da carcere criminale e poi, per disposizione di Giuseppe II del 12
febbraio 1787, come posto di reclusione per gli ecclesiastici colpevoli di
trasgressioni puramente ecclesiastiche, così viene definito da uno storico
pavese di nome Terenzio:
" Abile del pari a sostenere una disputa di filosofia in un collegio di
Marsiglia e a limare l'inferriata di un carcere, a fare il Grande di Spagna e il
ladro, destro nel piegarsi a tutte le circostanze, prete, frate, laico secondo
il bisogno, maestro di scuola a Madrid, segretario da 15 soldi al dì presso un
privato in Napoli, cappellano a Venezia, semplice prete a Torino, cappellano a
Venezia, semplice prete a Torino, a Milano, predicatore quaresimale in più
luoghi, gesuita nel Perù, Minor osservante nel nel convento di S.Giacomo presso
Pavia, tutto ei provò, la gloria di burlarsi dei prelati di Roma, e l'ignomia
della prigione in Valenza di Spagna, in Majorca sua patria, in Pistoia, Cuneo e
Pavia. Bamdito di Toscana, candidato alle cure d'anime a Stradella, dottore di
Salamanca e vice parroco a Vidigulfo ....... indipendente per natura, fabbricava
da sè tutti i documenti necessari per figurare da prete presso le curie
ecclesiastiche, senz'aver mai ricevuto alcun ordine sacro".
Durante il periodo del Risorgimento si segnalò come patriota il Dr.Luigi
Stabilini, il quale, formatosi ai principi di libertà e di indipendenza, che
andavano diffondendosi un po' ovunque il Lombardia, specialmente tra la
borghesia, diventò cospiratore per la realizzazione dei suoi principi.
I dentificato e quindi ricercato, nel mese di marzo 1857, per sottrarsi alla
cattura da parte di un drappello di poliziotti, tenta la fuga calandosi da una
da una finestra dell'ala nord del castello, del quale era proprietario, ma
fratturatosi un piede è presto rintracciato ed arrestato, finendo poi chiuso
come ostaggio nella fortezza di Josephstadt sino alla pace di Villafranca del 6
luglio 1859.
Tornato a Vidigulfo, muore nell'anno 1890, a 72 anni; riposa nel cimitero del
paese accanto alla consorte Carla Valvassori. Il suo ricordo è tramandato dalla
breve via che si dirama da via Marconi e prosegue verso il Castello, intitolata
al suo nome. La via, fiancheggiata a sinistra da antichissime case ben
conservate, ma completamente rimaneggiate, arriva all'ingresso del castello.
Altro personaggio che ebbe una certa notorietà durante il periodo, fu Leopoldo
Manentim,"uno della gloriosa schiera dei Mille" come dice la piccola
lapide sulla casa dove visse e morì.
Manenti Pietro Paolo Leopoldo, questo è il suo nome, nasce in Vidigulfo il
giorno 12 febbraio 1839, alle ore quattro antipomeridiane e viene battezzato
solennemente lo stesso giorno ( Libro degli atti di nascita della Parrocchia di
S.Maria in Vidigulfo- dal 1838 al 1843 - vol.IV - Tavola 18). Della sua
fanciullezza e prima giovinezza nulla si sa, a 21 anni unitosi ai Mille di
Garibaldi, si imbarca a Quarto, presso Genova, il 6 maggio 1860 e sbarca a
Marsala, in Sicilia, il giorno 11 maggio. Manenti era il trombettiere di fiducia
di Garibaldi, dice la cronaca, e come tale doveva rimanere sempre al suo fianco
pronto a trasmwettere, a suon di tromba, gli ordini del Generale.
A Calatafimi i Garibaldini si trovarono in serio pericolo di accerchiamento, per
l'occupazione di un costone del colle di Pietralunga, dov'erano attestati, da
parte dei soldati borbonici. Compreso il pericolo, il Manenti, senza attendere
l'ordine di Garibaldi, si lanciava all'attacco suonando a perdifiato la carica,
trascinando con se, nell' azione, tutto lo schieramento dei Garibaldini, i
quali, con poderoso sforzo, poterono conquistare l'altura ed entrare in città.
Per questa sua azione egli ebbe la Medaglia d'Argento al valore, sul campo. Dopo
la sua avventura garibaldina, di lui altro non si sa se non che esercitava la
professione di commerciante.
Morì il giorno 15 aprile dell'anno 1910, alle ore 12 e 50 minuti nella sua casa
all'età di 71 anni. Anche a lui è dedicata una piccola e antichissima via del
paese.
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